Come la collaborazione recupera i ragazzi che abbandonano la scuola

Come la collaborazione recupera i ragazzi che abbandonano la scuola con Ennio Ripamonti

00:00 MICHELA

Cosa sbagliamo coi ragazzi e con le ragazze che abbandonano la scuola? E come è possibile recuperarli?

 

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Sono Michela Calvelli e questo è Orizzonti educativi, il podcast che dialoga con chi l’educazione la vive, per estrarre apprendimenti dall’esperienza.n Oggi esploriamo il pensiero educativo e alcuni strumenti pratici suggeriti da Ennio Ripamonti.

 

Ennio si avvicina alle tematiche educative a metà degli anni ‘70, come giovane impegnato socialmente. Dai primi anni ‘80, questa passione civile diventa una professione che lo porta ad occuparsi di disagio e prevenzione nelle periferie milanesi. Con un gruppo di colleghe colleghi da vita a una cooperativa sociale e ad un’associazione culturale. Ennio ama accompagnare progetti educativi innovativi e sperimentali, unendo l’attività accademica con il lavoro sul campo.

 

Qualche anno fa hai partecipato al coordinamento di un progetto, nell’ambito di un tema oggi molto caldo e dibattuto, come quello della dispersione scolastica. Il progetto, ha un nome molto significativo “Centra la scuola” e ha visto coinvolti un certo numero di attori: perché parliamo dell’ufficio scolastico regionale, di 6 Poli scolastici di sperimentazioni, tre agenzie educative del territorio e quindi i ragazzi a cui era primariamente destinato dai 14 ai 17 anni. Come proposta dedicata, poi, e specifica, rivolta a questi ragazzi, è stata data proprio una metodologia: il metodo prende il nome di scuola di seconda occasione. Con così tanti attori e un progetto così complesso uno si aspetta di non venirne più a capo: come e quanto l’approccio collaborativo ha influito sulla buona riuscita di questo progetto?

 

01:53 ENNIO 

Non solo ha influito, è decisivo, cioè se tutti questi attori fanno ognuno il loro gioco, ognuno attribuisce responsabilità all’altro, ognuno si concentra su quello che l’altro non fa: il gioco è “Io perdo, tu perdi” e di mezzo c’è la vita di questi ragazzi. Qui si tratta di ragazzi e di ragazze in grave dispersione scolastica, cioè che non riescono a 15 anni ancora aver finito la secondaria di primo grado, le cosiddette scuole medie e che hanno un’esperienza della scuola devastante. Perché “Centra la scuola”, “Centra” nel senso: “Prova a realizzare l’obiettivo che ti sembra impossibile, di avere una certificazione” perché per la società contemporanea, chiunque non abbia nemmeno quel tipo di certificazione, la sua vita è destinata ad avere un sacco di problemi nel mondo del lavoro. Cosa che era molto diversa 30 anni fa, quindi diventa non solo un obbligo, ma anche un’opportunità decisiva. L’altra cosa “Centra la scuola” perché gli studi, l’esperienza mostrano che nella vita di questi ragazzi, la scuola c’entra anche nel generare una forma di disagio che va oltre la scuola, molti di questi ragazzi, poi sono gli anni in cui si giocano la vita e quindi assumono sostanze, entrano in meccanismi dove prevale l’aspetto deviante, oppure, al contrario, si chiudono in sé, implodono, si ritirano, e anche sviluppano sofferenza psicologica, si deprimono, eccetera. Quindi “Centra” nel senso che sono gli anni decisivi! Noi abbiamo fatto questa sperimentazione avendo la possibilità, per fortuna, di farla in contesti dove ci sono le opportunità, dove ci sono cooperative, associazioni, doposcuola, scuole, progetti, risorse, ma dove sembra che questi rivoli, queste risorse, queste opportunità si disperdono, per certi versi si dissipano, non riescono a coordinarsi, offrire un anno o due, di esperienza decisiva. Questo piccolo progetto sulla scala nazionale, ma significativo nel nostro territorio, ha dimostrato che la quasi totalità di questi ragazzi, di queste ragazze, ce l’ha fatta, e sono esattamente i casi, cosiddetti disperati, quelli su cui nessuno avrebbe scommesso. Fra l’altro interessante perché neanche loro avrebbero scommesso, abbiamo fatto una simulazione, molto bella, in cui si provava a vedere come loro si vedevano in vista dell’esame, la maggioranza di loro, diceva che sarebbero stati tutti bocciati, che loro sono degli asini, che sono incapaci, non impareranno mai a scuola, no, si sa, che loro sono così. Quindi c’è anche da centrare la scuola dal punto di vista di aprire nella mente di questi ragazzi la possibilità di apprendere qualcosa che gli sarà utile per tutta la vita, non solo per portare a casa un pezzo di carta.

04:41 MICHELA

Ora, vorrei leggervi dei frammenti del contributo di una preside, co-autrice del libro “Centra la scuola, interventi di sistema per la grave dispersione scolastica”. Questa preside scrive: “Con Carlino non ce la facciamo più preside, ci dia una mano, ci suggerisca qualcosa.’ Quante volte mi è capitato di sentire questo tipo d’implorazioni durante un consiglio di classe, un colloquio con un docente, perché i Carlino la scuola fa fatica a prenderli in carico, anche quando ci prova con tanta buona volontà. Non sanno stare in aula e collezionano note, conflitti, disagi e sconfitte. Allora il Carlino di turno cede, abbandona. Il passare del tempo, gli approfondimenti, i confronti con l’equipe, le discussioni in collegio e nei vari consigli di classe hanno, a poco a poco, fatto emergere quella che oggi è una realtà consolidata, una certezza nel mare delle incertezze della scuola pubblica italiana, e cioè dove noi, la scuola della prima occasione non riusciamo, c’è una possibilità diversa, integrata con la nostra. È stato proprio il setting dell’esame a convincere anche i più perplessi o critici. ‘Ma che bell’esame ha fatto Carlino, sempre lui, sembrava un altro; ha portato una tesina scritta bene, ha persino risposto alle domande e poi, mi scusi preside, questa gliela devo proprio dire, perché mi ha fatto un gran piacere: ci ha salutato, ci guardava negli occhi e alla fine ci ha persino sorriso”.

 

Questa testimonianza, ci fa un po’ riflettere che questi ragazzi a volte, diamo un po’ troppo velocemente per scontato, che sono loro ad essere sbagliati, o che comunque i problemi della famiglia sono così grandi che non possiamo farci niente, che non è affar nostro, in qualche modo. Invece, questa testimonianza, di questo progetto, di questa preside, mi fa pensare che la passione e il vero cuore di chi educa, chiama un po’ a interrogarci sul meccanismo e sulle proprie possibilità.

06:43 ENNIO 

Non c’è dubbio. In psicologia sociale c’è una nota teoria, un concetto che viene chiamato “errore fondamentale di attribuzione”. Che cosa vuol dire? Che noi tendenzialmente attribuiamo le ragioni dei comportamenti delle persone, quindi il Carlino che va male, a qualcosa che è dentro di lui, a dei fattori in larga parte individuali, quindi non ha voglia, non è motivato, non è educato, non è abbastanza intelligente… Poi i termini cambiano, però il senso è quello, cioè noi sappiamo che questo, non è che non sia vero, ma l’errore fondamentale di attribuzione” è sottovalutare i fattori cosiddetti ambientali: come è impostata la lezione, come è la classe, come è lo stile di insegnamento, come è il gruppo… e tutta la tendenza contemporanea di chi si occupa di questi temi, che è più dichiarata che praticata, è passare da forme di educazione e di insegnamento centrate su chi insegna o chi educa, cioè sugli adulti, a forme di insegnamento, di educazione centrata su chi apprende. Tendenzialmente, la critica che viene mossa è: “Ma come faccio io con ognuno di questi?” È vero, però è anche l’opposto, che l’energia che viene messa, poi, nel gestire i migliaia di Carlino che danno problemi, potrebbe essere spesa nello sperimentare all’interno del modo di fare scuola, di insegnare, metodologie che alternano forme di apprendimento, di ambiente, e in questo caso, appunto, l’esperienza mostra che lo stesso Carlino sembra un altro, non perché gli è successo qualcosa, di miracoloso, ma perché a 13, 14, 15 anni la plasticità della mente consente di apprendere, magari non facendo la strada A, ma la strada B. Quindi un altro modo, sblocca. Noi sappiamo, per esempio, che gli studi sull’apprendimento in quest’età, si basano su un concetto di un autore, che si chiama Bandura, che teorizza la percezione di autoefficacia, cioè questi ragazzi, ad un certo punto, sono talmente abituati ad andare male, che loro stessi, configurano il proprio rapporto con lo studio, con l’apprendimento a partire dal fatto che non impareranno mai, quindi sono loro i carnefici di loro stessi, sono un prodotto del meccanismo. Noi tentiamo, e non sempre si riesce, di rompere questo meccanismo e anche di sfatare questa narrazione che è basata sull’errore fondamentale di attribuzione. In questo la scuola è uno degli ultimi posti nella società contemporanea dove ci sono tutti, nella scuola pubblica, e quindi i meccanismi di apprendimento non possono essere esattamente uguali.

09:33 MICHELA

Quindi, le scuole di seconda occasione cosa sono? Un po’ ce lo suggerisce anche il nome stesso: l’offerta di una seconda possibilità. Ma in che modo e perché? E chi è responsabile dell’esclusione dalla scuola dei giovani?

 

Il documento dell’Unione Europea del 1995, da cui nascono questo tipo di interventi, sostiene implicitamente che i responsabili siamo noi, noi adulti che formiamo il mondo delle possibilità che offriamo ai ragazzi. Il documento spiega appunto che è possibile contrastare e prevenire l’esclusione e l’abbandono scolastico attraverso la costruzione di reti di collaborazione a livello locale, con imprese e privato sociale. Ma cosa vuol dire in pratica? Significa mettete insieme piccoli gruppi di ragazzi con piccoli gruppi di adulti in dialogo tra loro. Adulti composti da insegnati, pedagogisti, educatori, psicologi e professionisti di imprese del territorio. E in che modo stare in dialogo? Alcuni punti cardine sono: che ragazzi e adulti si rapportino tra loro confrontandosi; che al primo posto ci sia un ascolto interessato delle motivazioni e degli interessi dei ragazzi; che venga cercata un’alleanza educativa con le famiglie; che il tempo scolastico sia strutturato con attività di laboratorio e momenti di confronto e riflessione condivisa.

 

Per chi volesse approfondire, L’IPRASE del Trentino ha pubblicato un libro, scaricabile on-line, che si intitola “Ricomincio da me. L’identità delle scuole di seconda occasione in Italia

 

Ennio, adesso mi voglio far prendere un po’ per mano da te per accompagnarci in quelle che sono le caratteristiche e le capacità umane, come la fiducia, l’ascolto, che noi tutti possiamo mettere in campo per intraprendere quel tipo di sperimentazione necessaria, quella che hai menzionato e che ci consente di decentrare l’insegnamento dall’insegnante e dalla materia insegnata per riportarlo al ragazzo… ecco quali sono gli elementi essenziali per innescare il processo?

11:24 ENNIO 

Sono questi sicuramente, che sono il software: i tratti di competenze degli insegnanti che si modellano sulla fiducia, sull’ottimismo, sulla possibilità, sulla sperimentazione, a delle forme hardware che sono fatte di progettazioni, sperimentazioni, un certo modo di analizzare i problemi. Quindi uniscono a questi aspetti, che sono tipicamente relazionali, degli aspetti didattici, di tipo progettuale. Sperimentano nuove forme di apprendimento, ce ne sono tantissime, come se mancasse il coraggio di sperimentarle, perché in qualche misura la lezione frontale è un’ancora a cui molti si aggrappano, una boa e poi dopo si scopre in realtà che fare esercitazioni con compiti di realtà alternato alcuni momenti, è una cosa che si può fare, che tanta letteratura mostra, che non è che si può fare solo in Svezia, si può fare anche da noi, o in Finlandia. Credo che la scuola abbia tutto questo, questi ingredienti, a volte manca il coraggio di provarci fino in fondo e di metterlo, a sistema, perché il tema della dispersione è un tema strutturale della nostra scuola, non è, non è dell’altro giorno. Questi sono gli anni buoni, ma io credo che la scuola abbia tutto per far questo e sicuramente, il ruolo del dirigente, di un gruppo di lavoro, io ho visto che le scuole che esperimento di più hanno un gruppo di lavoro stabile che fa cose, che questo sia appunto cruciale, questo gruppo coeso, sostenuto, che ha non solo quelle attitudini che abbiamo visto prima, ma anche una certa pianificazione, insomma.

13:11 MICHELA

Ecco, Ennio, tu hai citato il compito di realtà come pratica educativa e collaborativa: potresti spiegarci meglio di che cosa si tratta?

13:21 ENNIO 

Il termine “il compito di realtà” indica una metodologia di apprendimento strutturata il cui senso è quello di far misurare le persone, in questo caso dei ragazzi a scuola, con la soluzione di un problema, che è un problema reale, che può essere: “Hai questi soldi, devi vivere un mese”, piuttosto che “C’è questa situazione, tu che cosa faresti”. E dove le conoscenze, che possono essere matematiche, logiche, statistiche, letterarie, emotive, vengono messe al servizio e al confronto con una situazione realistica. Perché questo? Perché molti ragazzi che fanno fatica nell’apprendimento, fanno fatica soprattutto per l’astrattezza e quindi non capiscono il senso di imparare e non vedono il collegamento con la loro vita. È il modo in cui, per esempio, Don Milani ha fatto la scuola di Barbiana, cioè quelle che noi chiamiamo competenze si misurano con una situazione reale, di cui si percepisce anche il valore dell’apprendimento, quindi imparare quella cosa lì mi è utile, serve nel mondo. Questo è il compito di realtà.

14:34 MICHELA

Quindi, possiamo dire che, alla luce dell’esperienza progettuale, la migliore prevenzione per questi ragazzi, è un’educazione che sa auto-osservarsi, interrogarsi, dar fiducia, mettere coraggio, proporre strategie sperimentali, personalizzare il percorso di ogni ragazzo: qual è, però, oggi, secondo te, la domanda educativa che è necessario porsi?

14:58 ENNIO 

Ma io vedo due temi, centrali. Uno è: tantissime classi italiane delle periferie esplodono perché i ragazzi non obbediscono più, è molto semplice. Perde la scuola, ma perdono anche i ragazzi, perché questi ragazzi che non obbediscono più, che trasgrediscono, che rompono, che non stanno alle regole, sono quelli che i francesi chiamano “le trasgressioni inefficaci”, cioè non è che producono qualcosa. Un tema è questo, come facciamo a rifondare un’autorevolezza che non è basata su, come si pensava qualche anno fa, sul recupero di un principio paterno regolativo, perché questo è la società che abbiamo dietro le spalle. Quindi la prima è una pedagogia autorevole basata sulla collaborazione, anche con i ragazzi, “Io sono al tuo fianco, sono più grande di te, un po’ ti posso dire come è, un po’ no, perché tu vivi in un mondo che non è stata la mia adolescenza”. Questo è molto diverso dalle generazioni precedenti in cui i padri, in larga parte, replicavano le forme educative ricevute come figli.

L’altra cosa secondo me è, che non è facile da spiegare, e che un famoso psicologo americano Howard Gardner, chiama “intelligenze multiple”, è che la scuola, l’educazione scolastica, l’istruzione è in larga parte fondata sulla valorizzazione di un’intelligenza di tipo logico-razionale, cognitivo, astratto, che ci deve essere, no, che però per molti ragazzi e ragazze, che trovano tutto questo molto faticoso, estremamente noioso, noi sappiamo, che nell’esperienza umana abbiamo bisogno di altre intelligenze. Alcuni di questi ragazzi, per esempio, hanno fantastiche intelligenze di tipo emotivo, o di tipo creativo, o di tipo fisico motorio, che si alimentano l’un l’altra. Quindi serve, secondo me, una pedagogia che muove i corpi, non solo le menti, che muova l’immaginazione, che si fondi anche sull’arte, sulla tecnologia, sul digitale, su questo bisogna avere più coraggio. Non è solo qualcosa che si fa il pomeriggio, extra-scolastico, come si diceva anni fa, in cui la mattina devi fare le robe serie… Sappiamo che la società contemporanea, ad alto tasso di innovazione, di creatività, pesca dappertutto e quindi alcuni poi che hanno intelligenze di quel tipo lì artistico, espressivo, creativo, possono trovare un meccanismo di autorealizzazione. Quindi, come educatori dobbiamo fidarci di questo, che le intelligenze multiple del XXI° secolo, in una società dove si tratta di collaborare fra adulti e ragazzi, senza rinunciare a un ruolo adulto, ma senza replicare: sono delle forme che vanno sperimentate per tentativi e errori, non è che uno lo sa già, se no replica l’insegnante che ha avuto da piccolo, però quello è degli anni ’50, degli anni ‘60, non ha niente a che fare con questi ragazzini con lo smartphone in mano, ecco.

18:15 MICHELA

Allora come rendere la scuola, già una scuola delle opportunità, delle occasioni, delle possibilità per tutti? Qual è un piccolo primo passo che possiamo compiere?

Ennio ci suggerisce due possibilità, una di portare la realtà della vita nel modo di fare scuola e l’altra di valorizzare i tipi diversi di intelligenze presenti nei ragazzi che abbiamo di fronte. Ma noi, come insegnanti, come genitori, che cosa possiamo fare? Potremmo proprio partire dalla collaborazione, andando a cercare una realtà con cui è possibile collaborare, scovarla nel nostro territorio oppure a livello regionale o nazionale. Una realtà che lavora su qualche intelligenza o talento che scopriamo nei ragazzi o nei bambini che abbiamo di fronte, qualcosa che li appassiona, che cattura il loro interesse, proviamo a contattare questa realtà, a creare un ponte di collaborazione e a presentarli alla scuola che frequenta nostro figlio o figlia, oppure, se siamo degli insegnanti, proprio nella scuola in cui stiamo lavorando. Ecco questo un primo posso che possiamo sin da subito mettere in azione.

Grazie Ennio per averci accompagnato in questo dialogo esplorativo, troviamo molti dei tuoi contributi e del tuo lavoro sul sito dell’organizzazione che hai fondato: metodi.it e sul tuo blog “Sviluppo di Comunità”. Grazie per averci fornito gli ingredienti per iniziare a praticare un po’ di collaborazione nelle nostre vite.

19:43 ENNIO 

Grazie! Grazie a voi.

19:49 MICHELA

Potete continuare ad esplorare insieme a noi gli orizzonti della relazione educativa con i prossimi episodi su www.edunauta.it. Un progetto di Generas Foundation, post- produzione e audio di Erazero.

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