Come entrare nel mondo delle grandi domande dei bambini

Come entrare nel mondo delle grandi domande dei bambini con Pierpaolo Casarin

00:00 MICHELA

Come possiamo entrare in contatto con il pensiero infantile? E come creare quello spazio per ospitare le sue grandi domande?

Educare, esperienze, relazione, casa, scuola, territorio, osservare, apprendere, crescere, pensieri, progetti, programmi, regole, ascoltare, domandare, ricercare, didattica, disciplina, bisogni, errori, curiosità, talenti, emozioni

Sono Michela Calvelli e questo è Orizzonti educativi, il podcast che dialoga con chi l’educazione la vive, per estrarre apprendimenti dall’esperienza.

Oggi esploriamo lo sguardo educativo e alcuni strumenti pratici suggeriti da Pierpaolo Casarin.

00:36 MICHELA

Pierpaolo è laureato in filosofia, operatore sociale, ricercatore e teacher educator in Philosophy For Children. Si dedica allo studio e alla realizzazione di progetti di pratica filosofica in svariati contesti ed è curatore insieme a Silvia Bevilacqua della collana a più voci “Passaggi”.

Ecco Pierpaolo, la filosofia nella nostra accezione comune è una roba da grandi. Tradizionalmente la associamo un po’ agli eruditi, comunque agli adulti ed è studiata, infatti, a partire dalle superiori e proposta solo nei licei. Eppure, questa rimozione è un po’ bizzarra perché se pensiamo che la filosofia ha sempre posto domande infantili: “Chi sono io?”, “Cos’è il mondo?”, “Come posso conoscere le cose?”, “Che significato hanno?”. Oggi, allora, insieme a te vorremmo un pochettino soffermarci in questa domanda, capire che cosa vuol dire stare nella domanda senza dover subito correre a dare una risposta. E vorrei, infatti, che partissi raccontandoci un po’ in che modo è possibile unire insieme questi mondi, che sono solo apparentemente così distanti: la filosofia e l’infanzia.

01:42 PIERPAOLO

Benissimo, grazie di questa presentazione, ma anche di questo invito alla riflessione su questo possibile accostamento, non scontato, tra filosofia e infanzia, bambini, bambine. È vero la filosofia, se riflettiamo dove viene incontrata in maniera formale e abituale, non è alla scuola dell’infanzia, non è nelle scuole primarie di primo e secondo grado, e non è in tante scuole superiori. C’è proprio anche il rischio di non incontrarla e quindi si suppone possa stare solo dove c’è. E l’idea di avvicinare i bambini, le bambine alla filosofia parte da un presupposto che non è scontato. Certamente questo non è il pensiero di chi porta avanti i progetti di Philosophy For Children, non è certamente il pensiero di Matthew Lipman che è il filosofo americano che tra gli anni ‘60 e gli anni ‘70 ha dato vita al percorso della Philosophy For Children. Parlare di filosofia e infanzia, non è solo rivolgersi ai bambini e alle bambine, ma credo chiunque abbia a che fare con la filosofia, chiamando in causa l’infanzia, è come se accettasse l’idea di vivere anche un’infanzia della filosofia, cioè creare una condizione di un inizio, di un nuovo inizio, di un percorso che si va ad aprire; anche per chi, magari, la filosofia l’ha già studiata, ma che non si rassegna all’idea che una volta raggiunto un – anche stabile, importante – panorama di conoscenze, non possa essere più messo di nuovo in discussione. E certamente i bambini e le bambine, sia per la loro capacità, elasticità, per la dimensione anagrafica, ma anche un po’ per la dimensione simbolica che li caratterizza, offrono un’occasione straordinaria credo per tutti, e non solo per loro, per inaugurare un percorso di questo tipo.

03:14 MICHELA

Infatti, tu ti riferisci spesso nei tuoi libri, nei tuoi volumi, all’esperienza del filosofare. Allora ti chiedo di darci un assaggio di questa esperienza, accompagnandoci dentro al suo processo. Quali sono i passi fondamentali per percorrere una sessione di Philosophy For Children?

03:31 PIERPAOLO

Certo. Beh intanto questo verbo all’infinito, filosofare che non è scontato. Prima si diceva, la filosofia siamo abituati a vederla dentro uno scenario di erudizione, di approfondimento. Non si può negare che sia anche questo, eh, sia chiaro cioè l’obiettivo non è quello di negare l’importanza anche di uno studio individuale. Però il filosofare presuppone l’incontro, presuppone la possibilità che questa dimensione riflessiva sia anche condivisa, non si fondi solo ed esclusivamente su temi dati a priori, su delle questioni che vengono in qualche modo individuate prima ancora che il gruppo di bambini e di bambine, di ragazzi e di ragazze si incontri. E quindi è davvero una dimensione “mossa” e, direi che è una sorta di pratica in divenire, un movimento. E la sessione di Philosophy For Children, come accennavamo prima, nasce dal lavoro di Matthew Lipman: la prospettiva di Lipman prevede la scrittura di alcuni testi/pre-testi. Sono delle sollecitazioni, appunto, vengono chiamati i testi di transito perché permettono un passaggio a una fase successiva; per cui sono dei testi che offrono una condizione di sviluppo riflessivo, danno la possibilità dell’inizio del filosofare. Hanno anche un po’ dei nomi particolari: abbiamo “L’ospedale delle bambole”, abbiamo “Elfi” pensato per i primi 2 anni della scuola elementare, abbiamo “Lisa e il Prisma dei perché”, pensati per la scuola media e poi “Mark”, pensato per il biennio delle scuole superiori. Questi testi di transito lasciano spazio al gruppo e offrono delle trame, dei dialoghi su cui i bambini e le bambine sono invitati a formulare domande, che credo siano davvero uno dei cuori pulsanti della sessione della Philosophy For Children. Ma su questo la domanda è un esercizio che per i bambini sorge spontanea, spesso è radicale; i bambini domandano con piacere, domandano con energia, vogliono sapere ciò che non sanno. Se riflettiamo su questo noi adulti spessissimo domandiamo parzialmente, paradossalmente domandiamo qualcosa di cui siamo già a conoscenza, quasi come se la domanda ci preoccupasse, perché potrebbe mettere in evidenza un nostro deficit. Ricordo che in alcune circostanze mi è capitato di fare delle esperienze di questo tipo, anche in contesti universitari, tra i dottorandi e chiedere ai dottorandi di domandare, per esempio, era più difficile che in una scuola elementare, perché in una scuola elementare tutti domandano, tutti hanno il diritto di sapere e tutti sono sereni nel non sapere. In un contesto specializzato la domanda si fa fatica a porre perché racconta di una lacuna, che potrebbe essere vissuta come una mancanza di sapere rispetto al tema. Quindi è un esercizio, invece, estremamente importante anche per un ricercatore in una condizione di grande approfondimento, perché permetterebbe di trovare ciò che forse ancora non pensa sia reperibile, trovabile nel proprio percorso di ricerca.

06:34 MICHELA

Infatti, immagino che in questo setting sia indispensabile la posizione dell’adulto anche, nei confronti della domanda, per accompagnare. Quindi l’adulto stesso che sia capace di aver fatto quei passaggi che magari adesso ci indichi, indispensabili per poter sollecitare questa spontaneità. Forse viene da sé, ma veramente riconoscerle uno spazio.

 

06:53 PIERPAOLO

Si, Michela, hai ragione, nel senso che: “Chi invita a questo filosofare?” e “Chi è la figura che va in una classe?”. Certamente, ci devono essere alcune consapevolezze. È interessante che tu mi chieda questo quando stavamo parlando della fase della sessione della domanda che segue alla lettura di questi testi/pre-testi, di questi testi di Lipman che, attenzione, non sono gli unici territori di riferimento per fare una pratica di Philosophy For Children. Ora stiamo parlando di questi perché sicuramente Lipman li ha scritti, sono il terreno di partenza. Però la stessa Philosophy For Children, questo è molto importante sottolinearlo, può essere vissuta in una maniera anche disponibile a utilizzare altri strumenti per cercare di realizzare il proprio progetto. Che non vuol dire abbandonare, lasciar perdere la proposta Lipmaniana, ma potrebbe anche voler dire interiorizzarne il senso e accettare anche che dei punti di partenza e di riflessione possono provenire anche da altre sollecitazioni: un testo filmico, un’opera d’arte, un altro scritto. Direi che l’importante è che venga mantenuto forse il senso, il cuore della proposta di Lipman che tra poco andiamo a dire, che centra sia col facilitatore che con le fasi della sessione. Il facilitatore o facilitatrice, è il nome che nella pratica della Philosophy For Children viene attribuito all’adulto che ha questo tipo di realtà, di figura, di funzione. Il domandare per noi è un esercizio complicato. Per i bambini, spesso è immediato, radicale, ma non tutte le domande sono uguali. Banalmente, potremmo dire che ci sono le domande che iniziano nella loro proprio immediata formulazione, iniziano con il “perché?” e sono domande che chiedono ragioni, cause, motivi. Poi ci sono domande che interrogano la temporalità e iniziano con il “quando?”. Ci sono domande che interrogano la spazialità e iniziano con il “dove?”. Poi ci sono le domande che iniziano con “che cos’è?” e, quindi, chiamano in causa, come dire, come la filosofia greca antica e per i greci era il Ti Es Ti “Che cos’è”, e interrogano l’essere in qualcosa.

09:02 MICHELA

E tu, un po’, in questa pratica dell’accompagnare nel pensiero, in realtà aiuti i bambini a esercitare quella ricerca di significati e trovarli dentro sé stessi, senza aver la fretta di avere per forza una risposta già pensata dal vissuto di un adulto. E questa è una bellissima libertà, che consegni in questa pratica, trovo.

09:24 PIERPAOLO 

Questo è proprio la direzione Michela, cioè su questo ci si deve impegnare. E quello che hai detto benissimo è il tentativo che ogni volta deve trovare la dimensione, la sensibilità condivisa, corretta. Perché non è scontato che tutto ciò avvenga e quindi questa ricerca di senso, questa anche libertà nell’individuazione dell’oggetto della propria ricerca, che è forse uno degli inviti più forti anche educativi, di Matthew Lipman, e in generale direi della filosofia, o delle pratiche di filosofia, è qualcosa di molto delicato, ma al tempo stesso affascinante. Riuscire a creare questa condizione in cui la classe, che nei linguaggi della Philosophy For Children, si trasforma in comunità di ricerca, individui, un punto, un nucleo di discussione, a partire dalle proprie interrogazioni, quindi dalle proprie domande, su cui si interroga e pensa insieme. Il riesame di queste domande, che nella Philosophy For Children si chiama agenda. Riesame, trovando le convergenze, le divergenze, le dimensioni di ricerca che le stesse domande portano con sé. Vedere se sono tante le domande che chiedono ragioni, motivi, e quindi se sono quelle con il perché. Oppure se prevale la richiesta radicale del chiedere conto di una questione con il che cos’è. Quindi un’analisi accurata delle domande che è da condividere con i bambini, mescolando magari quest’analisi anche a dei temi che ricorrono con più frequenza. Per cui si può, magari, discutere della libertà, se la parola libertà è presente in tante domande potrebbe essere – se si segue il criterio dell’individuazione del tema più ricorrente – si deve cercare di porre forte attenzione al processo e agli esercizi, sia di immaginazione, di riflessione, di creazione concettuale che sono in atto, insieme anche a quello che però pensano gli altri. E da questo punto di vista è estremamente anche importante vedere come i nostri stessi pensieri potrebbero trasformarsi grazie ai contributi degli altri. Il facilitatore è il soggetto che presiede a questo esercizio, non orienta, non dirige, ma al tempo stesso è responsabile del processo. È un’operazione difficile la sua perché, paradossalmente, funziona per sottrazione, funziona bene se sono gli altri che si assumono delle responsabilità, talvolta non è ancora pronta una classe ad avere questa responsabilità e allora il facilitatore sarà più visibile. Quando il facilitatore arretra, vuol dire che la comunità cresce, ma al tempo stesso pensa a sua volta.

11:56 MICHELA

Da quello che dici mi viene in mente che ci vuole del coraggio a saper pensare autonomamente in tanti contesti dove viene, invece, molto richiesto un pensiero che restituisce una conoscenza acquisita, e non invece un pensiero che va a ricercare una conoscenza sulla base del mondo che io ho interiorizzato, di ciò che io sento come mio, come mie domande, che possono portare qualcosa, in più, qualcosa di diverso da quello che è già stato tracciato. E davvero mi sento parte di questa comunità di ricerca di cui hai parlato e ti volevo chiedere, anche rispetto alla comunità di ricerca, che ruolo hanno i genitori nell’esperienza del Philosophy For Children, se ci fai qualche esempio.

12:37 PIERPAOLO

Il valore di questa esperienza è importante che raggiunga anche i genitori, su questo non ci sono dubbi. E nella nostra esperienza è avvenuto qualcosa di molto interessante in una realtà, qua alle porte di Milano, in un comune… Corsico. Comune dell’hinterland Milanese, della zona ovest della città, dove da diverso tempo realizziamo anche grazie proprio alla collaborazione con il Comune il progetto di Philosophy For Children, grazie soprattutto anche alle scuole, è stato portato avanti. Abbiamo realizzato attività sia di formazione degli insegnanti, che di Philosophy For Children nei contesti classe. Proprio in uno di queste circostanze con i genitori, cioè in uno di questi incontri in cui noi cercavamo di spiegare il senso di questa proposta, i genitori si sono avvicinati per cercare di capire che cosa succedeva ai loro figli. E mi ricordo che un genitore, a un certo punto disse: “Ma forse più di continuare a sentire che cosa faranno i nostri bambini e di che cosa si sono occupati in questi incontri, non sarebbe bello provare a farlo anche noi questa cosa?”. E questo credo che sia la cosa più importante, cioè più che sapere che cosa accade ai bambini, cercare di fare quest’esperienza. E incredibilmente negli ultimi 3-4 anni, una volta ogni due mesi, di solito i lunedì sera, la scuola si apre, arrivano 20-25 genitori che fanno questa attività di filosofia. Teniamo presente che questi genitori hanno delle formazioni completamente diverse l’uno dall’altro, possono essere di diverse nazionalità, cioè non è una sezione distaccata del dipartimento di filosofia di qualche università. Sono dei genitori di un comune dell’hinterland, che riflettono a partire da un testo che può essere a volte una poesia, a volte un testo di Lipman, ma potrebbe essere anche uno scritto di Erri De Luca. Cioè, davvero, anche cercando di renderlo il più possibile vicino anche a interessi e passioni differenti, e abbiamo questo appuntamento che si nutre della loro passione e anche talvolta della loro sorpresa, perché molto spesso dicono: “Ma pensa, chi l’avrebbe detto che io la sera venissi qui a pensare insieme, a farmi queste domande?”. Però, forse, credo che abbiano capito un valore anche sociale dell’esperienza, non solo quello che può promuovere delle capacità critiche, argomentative. Un altro dei temi importanti della Philosophy For Children è quello di riuscire a dare buone ragioni di quello che si pensa e non solamente alzare la voce, non solamente sostenere un’idea semplicemente perché appunto la si ritiene giusta, senza dare buoni motivi della nostra convinzione. Quando questo si realizza, cambia davvero la qualità, un po’ anche delle relazioni, della legittimazione, di conseguenza anche il piacere di fare quest’esperienze avviene, perché quando un bambino sa che sua mamma il lunedì sera ha fatto esperienza di filosofia in qualche modo, si sente più contento, perché fa parte forse anche di un’esperienza complessiva. Cambia il discorso quando i ragazzi crescono, allora non è così fondamentale forse questo sguardo genitoriale di presenza, ma questo è naturale insomma.

15:37 MICHELA

Quindi, pensiero critico, abilità a saper esprimere il proprio mondo interiore, e come genitore che sto ascoltando questo podcast, ti chiedo di consegnarci quegli elementi, quegli ingredienti che io posso portare con me, sin da adesso, nella relazione educativa. Oppure un insegnante in classe vuole iniziare a sperimentare, a piccole dosi, no, qualche primo piccolo assaggio di questa esperienza. Quali sono gli elementi, gli ingredienti, per poter proprio mettere in pratica quello che ci indichi.

16:05 PIERPAOLO 

Nel caso dei bambini è il piacere di ascoltarli, il piacere di provare a fare l’esercizio di imparare dai loro pensieri e dalle loro parole. Non continuare a pensare che ciò che noi proporremo sarà quello che loro dovranno raccogliere, quello che noi dovremo introdurre, ma provare a fare questo esercizio di sospensione, di raccogliere anche qualche sguardo, talvolta come prezioso. E se ascolto davvero qualcuno, ripeto, pratica complessa eh, non sono qui a raccontare la favoletta che è semplice e che succede sempre a tutti, persino a quelli che lo proclamano, se però davvero facciamo questo esercizio di ascolto, e se avviene contemporaneamente fra più soggetti, è una trasformazione veramente delle geografie della classe, perché potrebbe accadere che chi riteniamo che non dica cose importanti perché forse siamo abituati a pensarlo uno studente di un certo tipo, se lo ascoltiamo radicalmente gli conferiamo davvero una rilevanza e le sue parole ci potrebbero stupire, potremmo rimandargli questo stupore e forse anche consegnandogli a lui la possibilità che può essere anche altro da ciò che è sempre stato letto e previsto. Fare questo esercizio di decostruzione delle aspettative, delle pregiudiziali, genera una condizione di ascolto. Ma per fare questo bisogna avere molta forza, energia e concentrazione. Quindi è anche un esercizio che prevede uno sforzo, ma se noi ascoltiamo la persona, si accorge che è ascoltata. E talvolta io ho visto lo stupore in alcuni bambini nel sentirsi ascoltati e riconosciuti, quasi come se fosse una cosa non abituale. E credo che su questo dobbiamo impegnarci, cioè, non è un invito prescrittivo, è davvero uno sforzo costante perché ho la sensazione che si traduca e permetta poi delle straordinarie anche trasformazioni nel contesto classe. Questo potrebbe anche avvenire in un contesto familiare, contesto di rapporto con i propri figli. E poi forse a volte leggere qualcosa insieme, anche separatamente parlarne, provando non solo a ripetere, ma cercare di capire quali possono essere delle domande che interrogano, a partire da una lettura. Queste credo che possono essere alcuni degli aspetti che anche un genitore, e sicuramente un insegnante in classe, possono portare avanti.

18:29 MICHELA

E ci vuole anche del tempo dedicato a questo, che è necessario per saper cogliere quella ricchezza anche umana molto più profonda che viene da uno scambio consapevole di questo tipo, pensando appunto a una Philosophy for Children, nella prassi didattica delle scuole. Proviamo a immaginarci, il paradigma della domanda: se fosse completamente ribaltato nelle scuole, quindi non più ricevere risposte preconfezionate, ma esplorare il proprio sé, e stimolare il pensiero creativo. Se la scuola potesse veramente far entrare in maniera più formale nella didattica integrale, nella didattica, questa prassi: come te la immagineresti una siffatta scuola?

19:05 PIERPAOLO

Questa questione che poni è molto interessante per tanti aspetti. Prima questione quella del tempo, che stiamo dicendoci. Certo, ci vuole tempo che, insieme a ascolto, penso che siano due parole veramente su cui provare a lavorare nel futuro. Perché il tempo manca, apparentemente manca sempre, e poi però a volte non so se è vero che non c’è. Bisogna operare delle scelte, bisogna trovarlo questo tempo, prendere degli spazi e fare questo esercizio di resistenza, mi verrebbe quasi da dire, rispetto a un’abitudine, a dei cliché comportamentali, che finiscono per impossessarsi di noi e per ritenere che quindi il tempo manca. Perché se ci siamo ascoltati, se ci siamo dedicati tempo nel capire come una questione è vista dall’uno e dall’altro, anche rispetto ai termini, beh siamo diventati quasi amici. Nella vita, queste sono alcune questioni che determinano la nascita di una fiducia e la nascita anche, davvero, di un’amicizia.

Per arrivare alla terza questione, oltre a quella del tempo e delle conseguenze relazionali, è quella che potrebbe riguardare la scuola, una scuola che punta sul domandare, una scuola che non punta solo su, approdi preconfezionati, che scuola potrebbe essere? Beh, sicuramente una scuola capace di accettare dei processi di trasformazione, una scuola che è capace di riguardarsi, una scuola anche autocritica. È una scuola che, forse, sfugge, appunto, a delle ansie prestazionali, competitive e la filosofia, potrebbe essere un tempo che permette alla scuola di riguardarsi, in maniera anche abituale, senza che questo debba necessariamente stravolgerla in ogni suo passaggio.

20:45 MICHELA

Davvero, in questo tempo in cui la scuola viene tanto citata e viene spesso chiamata a ripensarsi, mi immagino come la Philosophy For Children possa essere uno strumento che riconsegni quello spazio di relazione laddove questa didattica a distanza, che ha permesso a tanti di continuare in qualche modo a rimanere a scuola, perdendo un po’ via però la relazione, una pratica come questa invece può riportare al centro la relazione e riconsegnarci un pochettino quel pezzo mancante del tassello umano, senza il quale insomma tutto un po’ si svuota di significato.

21:18 PIERPAOLO

Beh, certo…

21:22 MICHELA

Grazie Pierpaolo per averci accompagnato ad esplorare una possibile relazione con il desiderio di ricercare. Se vogliamo metterci in rete con altre persone animate dallo stesso desiderio, esiste “L’insieme di pratiche filosoficamente autonome” sul sito www.philosophyforchildreningioco.it dove possiamo intercettare o proporre incontri, seminari e sessioni di esperienza filosofica. Grazie.

21:48 PIERPAOLO

Grazie infinite Michela per questo dialogo, che davvero mi ha fatto molto piacere, grazie.

21:56 MICHELA

Potete continuare ad esplorare insieme a noi gli orizzonti della relazione educativa con i prossimi episodi su www.edunauta.it. Un progetto di Generas Foundation, post- produzione e audio di Erazero.

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